6) Descartes. Ancora sul male.
La fine della quarta meditazione  ancora dedicata da Descartes al
rapporto fra Dio, che ha fatto il mondo, e l'esistenza del male.
Il filosofo, pur ammettendo che Dio non ha fatto l'uomo perfetto,
giunge a ritenersi ugualmente soddisfatto perch, se l'uomo agisce
con prudenza e con metodo, non pu accadere che s'inganni.
R. Descartes, Meditazioni metafisiche, Quarta meditazione (pagina
140).

Poich, in effetti, non  un'imperfezione in Dio il fatto di
avermi concesso la libert di dare il mio giudizio o di non darlo
su certe cose di cui egli non ha messo una chiara e distinta
conoscenza nel mio intelletto; ma, senza dubbio,  in me
un'imperfezione il fatto che non ne uso bene, e do temerariamente
il mio giudizio su cose che non concepisco se non con oscurit e
confusione.
Io vedo, tuttavia, ch'era facile a Dio di fare in modo che non
m'ingannassi mai, pur restando libero e con una limitata
conoscenza: e cio, bastava ch'egli avesse dato al mio intelletto
una chiara e distinta intelligenza di tutte le cose su cui dovessi
per avventura deliberare; oppure, solamente, che avesse cos
profondamente inciso nella mia memoria la risoluzione di non
giudicare mai di nessuna cosa senza concepirla chiaramente e
distintamente, in modo che non me ne potessi mai dimenticare. Ed
osservo che, in quanto mi consideri come un tutto a s, come se
non ci fossi che io al mondo, sarei stato molto pi perfetto di
quel che non sono, se Dio m'avesse creato tale da non errare mai.
Ma io non posso per questo negare che non sia, in certo modo, una
pi grande perfezione di tutto l'universo il fatto che invece di
essere tutte simili, alcune delle sue parti non sono esenti da
difetto. E non ho nessun diritto di lamentarmi se Dio, avendomi
messo al mondo, non ha voluto mettermi nell'ordine delle cose pi
nobili e pi perfette; anzi, ho ragione di essere contento che, se
egli non mi ha dato la facolt di non errare in forza del primo
mezzo che ho qui sopra dichiarato, e che dipende da una chiara ed
evidente conoscenza di tutte le cose di cui posso deliberare, ha
almeno lasciato in mio potere l'altro mezzo, che  di mantenere
fermamente la risoluzione di non dare mai il mio giudizio su cose
la cui verit non mi sia chiaramente conosciuta. Poich, sebbene
io noti questa debolezza della mia natura, di non poter fissare
continuamente il mio spirito su uno stesso pensiero, io posso,
tuttavia, per mezzo di una meditazione attenta e spesso reiterata,
imprimermela cos fortemente nella memoria, da non mancar mai di
ricordarmene, tutte le volte che ne avr bisogno, ed acquistare in
questo modo l'abitudine di non errare. E poich in ci sta la pi
grande, la principale perfezione dell'uomo, io credo di non aver
guadagnato poco per mezzo di questa meditazione, avendo scoperto
la causa delle falsit e degli errori.
E, certo, non pu esservene altra che quella da me spiegata;
perci tutte le volte che tengo la mia volont nei limiti della
mia conoscenza, in modo tale che essa non rechi alcun giudizio se
non sulle cose chiaramente e distintamente rappresentate
dall'intelletto, non pu accadere che io m'inganni; perch ogni
cognizione chiara e distinta , senza dubbio, qualcosa di reale e
di positivo, e quindi non pu trarre la sua origine dal niente, ma
deve necessariamente avere Dio per suo autore, Dio, dico, che,
essendo sovranamente perfetto, non pu essere causa di alcun
errore; e, per conseguenza, bisogna concludere che tale cognizione
 vera.
Del resto, io non ho solamente appreso, oggi, ci che debbo
evitare per non pi errare, ma anche ci che debbo fare  per
pervenire alla conoscenza della verit. Poich certamente vi
perverr, se fermer sufficientemente la mia attenzione su tutte
le cose che concepir perfettamente, separandole da quante non
comprenda se non con confusione ed oscurit. Ed a questo bader
accuratamente d'ora in avanti.
R. Descartes, Opere, Laterza, Bari, 1967, volume primo, pagine 239-
240.
